Direttore musicale: il mestiere raccontato da Giovanni Maria Lori

Giovanni Maria Lori Direttore TMA

Giovanni Maria Lori è direttore musicale di Broadway Italia, la società di produzione che ha portato in scena in Italia Il Fantasma dell’Opera, Anastasia e Il Principe d’Egitto. È anche direttore della Torino Musical Academy e ha firmato la direzione musicale di oltre cinquanta spettacoli.

Il direttore musicale è la figura che tiene insieme partitura, orchestra e voci di un musical, e oggi Lori è uno dei più attivi sulla scena italiana. In questa intervista per il podcast One Shot racconta il suo percorso, il lavoro in sala prove e cosa cerca in un allievo durante un’audizione.

Ne è uscita una conversazione che parte dalle prove del Principe d’Egitto e arriva a cosa serve davvero per entrare in questo mestiere.

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Cosa fa un direttore musicale

Il punto chiave

Il direttore musicale prepara il cast sul materiale vocale, cura le orchestrazioni, dirige l'orchestra e realizza la visione del regista dal punto di vista musicale. Gestire più produzioni insieme è una questione di organizzazione.

Il direttore musicale coordina tutto quello che nello spettacolo produce suono. Prepara il cast sul materiale vocale, cura le orchestrazioni o le supervisiona, dirige l’orchestra in scena e realizza la visione del regista dal punto di vista musicale.

Nel momento dell’intervista Lori sta lavorando a tre produzioni ravvicinate. Il Mago di Oz, poi Tutti insieme appassionatamente con la regia di Gioacchino Inzirillo, e la creazione del Principe d’Egitto, prodotto da Broadway Italia dopo il Fantasma dell’Opera e Anastasia.

«Dopo aver fatto Il Fantasma dell’Opera e Anastasia, bisogna restare in linea con quel tipo di spettacolo. Credo che Il Principe d’Egitto possa non deludere le aspettative.»

Gli chiediamo come si senta a essere uno dei direttori musicali più attivi in Italia. Risponde con semplicità, senza darsi importanza.

«È un caso. Sono grato di questa cosa, ci sono tanti colleghi bravissimi e bravissime colleghe. Sono tra le persone che hanno il privilegio di lavorare nel teatro musicale italiano, e per fortuna non solo italiano.»

Gestire più produzioni insieme

Il metodo che descrive sembra semplice. Proprio per questo è difficile.

«È un fatto di organizzazione. Ragionare a compartimenti stagni. Devo fare una cosa, la faccio dalle 14:00 alle 15:30, poi ti fermi anche se avresti ancora voglia, perché devi fare un’altra cosa. Poi ricuci tutto insieme e torna.»

Aggiunge un dettaglio che riguarda da vicino chi studia in una accademia di musical: chi arriva dalla musica classica, dalla danza classica o dal liceo classico ha già una forma mentale che aiuta molto in questo tipo di gestione.

Madrid, la terza capitale del musical

Il punto chiave

Madrid è la terza città al mondo per numero di musical prodotti, dopo New York e Londra. Là uno spettacolo di successo può restare in scena un'intera stagione. È l'orizzonte internazionale che una formazione completa aiuta a raggiungere.

Uno degli ultimi lavori di Lori è Houdini, scritto con Federico Bellone e portato in scena al Teatro Calderón di Madrid, con l’ipotesi di un tour. Un lavoro italiano che gira all’estero, e si capisce quanto ne sia orgoglioso.

Quando parla di Madrid, l’entusiasmo si sente.

«Madrid è la terza città al mondo dopo New York e Londra per quantità di musical prodotti. Le prime due sono fortissime e Madrid è un po’ staccata, però sulla Gran Vía ci sono molti teatri con spettacoli che durano anche anni.»

Racconta un modello che fa sognare chi ama questo mestiere.

«Uno spettacolo, se è buono, dura tutta una stagione. Prove ad agosto e settembre, debutta e va avanti fino a maggio o giugno. Per i performer è ottimo, perché hanno un lavoro con una certa durata.»

È anche l’orizzonte che una buona formazione apre. Un performer completo può guardare al palco italiano e a quello internazionale, e farsi trovare pronto quando arriva l’occasione giusta. Ne parliamo in lavorare nel musical.

Dal conservatorio al palco: come si diventa direttore musicale

Il punto chiave

Quattro diplomi di conservatorio prima del primo musical. Quando è arrivata l'occasione in Compagnia della Rancia, le competenze erano già pronte. In tre mesi da terzo pianista a direttore musicale della compagnia.

Lori arriva al musical dal conservatorio, non dal teatro.

«Ho iniziato a studiare pianoforte a 7 anni perché mio papà e mia mamma sono due musicisti, i miei nonni erano musicisti. Mio papà insegnava al Conservatorio di Torino ed era primo oboe della RAI di Torino, quindi era normale andare a lezione di pianoforte.»

Poi il pianoforte è diventato una scelta. Diploma in pianoforte, composizione, direzione d’orchestra, musica corale. Quattro diplomi di conservatorio, il quinto interrotto.

Il padre torna spesso nel racconto. E il modo affettuoso in cui ne parla dice molto anche del suo orecchio.

«L’oboe ha un suono molto bello. Puccini lo usa spesso per raddoppiare la melodia delle protagoniste quando cantano. È uno strumento poetico. E mio padre aveva un suono stupendo. Non perché era mio papà, lo dico perché è vero.»

L'incontro con Saverio Marconi

Il quinto diploma non arriva perché nel frattempo entra in scena la Compagnia della Rancia.

«Mi ha tirato fuori dal conservatorio di forza. Mi diceva: basta, vieni a lavorare.»

Il primo lavoro nel musical sono le audizioni di Grease nel 1996, come terzo pianista. Da lì la sequenza è rapida. Marconi lo affianca a Peppe Vessicchio come aiuto alla direzione musicale, ma Vessicchio è impegnato in televisione.

«Involontariamente mi ha fatto fare il direttore musicale a me.»

Poi servono orchestrazioni per Sette spose per sette fratelli e le firma con Bruno Moretti. Poi in A Chorus Line manca un direttore d’orchestra e tocca a lui.

«Nel giro di tre mesi ero a tutti gli effetti il direttore musicale della Compagnia della Rancia.»

C’è qui una cosa che vale per chi studia oggi. Nessuno di quei passaggi era programmato. Erano competenze già pronte quando è arrivata l’occasione, ed è per questo che si è fatto trovare all’altezza.

Un problema in sala prove: perché è nata la TMA

Il punto chiave

La TMA nasce da un problema visto in produzione nel 1998: performer specializzati in una sola disciplina e impossibili da sostituire. Torino è stata scelta per costi sostenibili, qualità della vita e densità culturale.

L’idea di aprire una scuola di musical nasce da un problema tecnico visto in produzione nel 1998.

«Mi ero accorto che i performer in Italia non erano molto completi. I ballerini sapevano solo ballare, i cantanti sapevano solo cantare. Avevamo un cast di Sette spose bellissimo, ma se saltava qualcuno eravamo rovinati, non avevamo i cover adatti.»

È la stessa questione che sta dietro al concetto di triple threat performer.

Da lì la proposta a Marconi di aprire una scuola, nel 2000. Poi il ritorno a Torino, dove Lori vive pur essendo di Lucca.

«Ho aperto la TMA, che non è la mia accademia. È un’accademia al servizio delle persone che vogliono vivere in questa zona d’Italia.»

Sulla scelta della città è molto diretto.

«Torino è una città meravigliosa, ha costi molto più affrontabili, una qualità della vita stupenda ed è piena di cultura. In fase di studio potrebbe essere la città giusta per formarsi.»

La sede è in pieno centro, oltre 1.000 mq tra la Mole Antonelliana e le stazioni, con Porta Susa a cinque minuti a piedi. Abbiamo raccontato il contesto cittadino in studiare musical a Torino.

Il corpo docenti

Sul gruppo di insegnanti tiene molto, e il criterio è duplice.

«Sono tutti docenti attivi nel mondo del lavoro. Ma fare il performer non vuol dire essere giustissimo per l’insegnamento. Ci sono insegnanti bravissimi che non fanno i performer.»

Cita Alice Viglioglia, vice direttrice della TMA, con cui cura ogni anno la revisione del corpo docenti.

Se vuoi vedere come questo si traduce in monte ore e discipline, trovi tutto nel percorso accademico.

Pianoforte dal vivo o base: cosa cambia in aula

Il punto chiave

Le basi servono, perché molti spettacoli si fanno con le basi. In aula però il pianista dal vivo segue il respiro dell'allievo, e il respiro cambia ogni volta. È lì che nasce l'espressività.

Un passaggio tecnico che riguarda l’organizzazione delle lezioni. Lori difende le basi come strumento di lavoro reale e allo stesso tempo spiega perché in aula non bastano.

«Studiare con le basi è utile. Gli allievi devono adattarsi ai tempi di una base, è doveroso, perché tanti spettacoli vengono fatti con le basi. Però così viene a mancare un po’ dell’espressività.»

Il motivo è il respiro.

«Il mio respiro, il tuo respiro in quel momento è in un modo, poi potrebbe essere in un altro. Crei delle dinamiche e soprattutto delle emozioni nell’attimo in cui le fai.»

In TMA lavorano diversi pianisti accompagnatori proprio per questo.

La tecnica come mezzo

Sul rapporto tra tecnica vocale e resa in scena, il ricordo va al fratello Francesco, docente di canto, e a una sua frase ricorrente in aula: a un certo punto devi cantare.

«La tecnica vocale è importante, devi sapere tutto, ma è un mezzo per arrivare al risultato. Il risultato è un’emozione. E per fare questo ti deve agguantare lo stomaco. Va benissimo pensare alla laringe, però poi a un certo punto ci vuole carne e sangue.»

Il rischio che descrive è concreto: allievi che accumulano nozioni e restano bloccati al momento di eseguire. Il lavoro sull’azione performativa è quello che si fa in aula, giorno per giorno.

Perché la recitazione regge tutto il resto

Alla domanda su quale sia la disciplina che regge tutte le altre, la risposta arriva senza esitazione.

«La recitazione è la materia più importante, è alla base di tutte le discipline. La musica ha un suo linguaggio: potresti cantare in arabo ed esprimere tantissimo. Ma quando ci metti le parole e il significato della storia, la recitazione porta tutto a un livello ancora maggiore.»

Vale anche per la danza, precisa, compresa la sbarra.

Sul tema abbiamo pubblicato anche l’intervista a Gabriele Colferai sulla recitazione nel musical.

Cosa un direttore musicale impara dai registi

Due nomi ricorrono: Saverio Marconi e Federico Bellone.

Di Marconi parla come di un’impronta.

«Ho nella testa le sue parole, mi sono rimaste come un marchio. Quando vedo delle prove sento lui cosa direbbe, cosa vorrebbe. Mi sento di viaggiare su un binario sicuro.»

Con Federico Bellone il rapporto è anche produttivo. Bellone è regista e co-fondatore di Broadway Italia, la società con cui Lori firma la direzione musicale delle grandi produzioni, da Houdini al Principe d’Egitto. Del suo lavoro con i performer Lori dà una descrizione precisa.

«Fa un lavoro pazzesco a livello attoriale. Parla tanto con loro, sviscera il personaggio e la storia, non in quattro discorsi superficiali. Va fino in fondo. Tante volte c’è vera commozione quando parla, e riesce a infonderla al cast.»

Ne ricava una definizione di professionalità che vale per chiunque lavori in una produzione.

«Uno dei segreti è essere normali, ovvero fare il proprio dovere fino in fondo. Se fai tutto quello che devi fare, parti già da una base ottima. E spesso non si fa così.»

Cita anche Eugenio Contenti, già ospite del nostro blog in musical in Italia, e Gioacchino Inzirillo. Sul criterio con cui questi registi scelgono i titoli:

«Sono artisticamente onesti. Dicono: se c’è lo spettacolo giusto dove posso fare una cosa buona lo faccio, se devo farne uno tanto per farlo preferisco di no.»

Ne nasce una riflessione sul repertorio meno noto, con Next to Normal come esempio.

«Lo metti in scena e vanno a vederlo pochissime persone. Ma è perché non lo conoscono. Se ci andassi rimarresti sbalordito. La cosa difficile è comunicare alle persone che ci sono tanti titoli meravigliosi.»

Occhi che brillano: cosa si cerca a un'audizione

Il punto chiave

All'audizione di ingresso non si valuta la tecnica finita. Si cercano suono, senso del ritmo, musicalità e intelligenza artistica. Il disordine è ammesso, l'assenza di materiale su cui costruire no.

Qui fa una distinzione preziosa, da tenere a mente prima di candidarsi.

«Bisogna distinguere quando un’audizione è per iniziare un percorso di studio e quando è per andare a lavorare. Se fai un’audizione per un lavoro e non sei preparato rischi l’autogol, perché ci sono i video, i database. Peccato, ti sei sprecato l’opportunità.»

Per l’ingresso in accademia il criterio è diverso.

«In accademia si entra quando individui del talento. Magari recitano e cantano anche con disordine, ma quando vedi che c’è cuore, c’è suono, c’è luce, c’è senso del ritmo, musicalità, intelligenza artistica, allora dici: da qui possiamo partire e costruire tutto il percorso tecnico ed espressivo.»

Prima ancora della tecnica, però, mette una qualità umana.

«Devi vedere che gli occhi brillano, che c’è una sensibilità, un animo che si distingue. Quando fai una cosa devi fare arte, e per fare arte devi essere degno di saperla fare.»

Sul fisico ha un’idea chiara, e rassicurante.

«Ho visto ragazzi e ragazze che quando hanno capito come funziona e riescono a esprimersi al 100%, qualunque sia il loro fisico, diventano meravigliosi.»

Accendersi in venticinque secondi

Il consiglio più tecnico dell’intervista riguarda il taglio del brano.

«Bisogna tagliare alla base nel punto giusto, fare in modo che dopo 25 secondi tu sia già nella temperatura giusta, nella massima situazione espressiva che il brano ti richiede. Non partire troppo da lontano. Bisogna imparare ad accendersi e a spegnersi da 0 a 100.»

È esattamente il tipo di scelta che si allena in aula con le mock audition. Su preparazione e cut abbiamo una guida dedicata: come prepararsi a un’audizione di musical.

L'obiettivo finale: renderli autonomi

Chiudendo sul metodo, Lori descrive cosa dovrebbe succedere alla fine di un triennio.

«Spesso i ragazzi non si rendono conto di quali siano gli spunti di un testo o di una canzone che potrebbero servire a emozionare le persone. Gli sfuggono. Allora ti fermi e dici: rileggi, cosa avresti potuto fare?»

Il passaggio successivo è quello che conta.

«Non glielo devi soltanto imboccare. Devono capirlo da soli, in modo che alla fine del percorso per loro sia chiaro individuarle e tu non debba dire più niente. Devono essere indipendenti. Mandarli nel mondo del lavoro in modo autonomo.»

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Quanto è cresciuto il musical italiano

Chiudiamo con uno sguardo al settore. E qui Lori è ottimista.

«È già migliorato molto. Negli ultimi 25 anni in tanti fanno musical. Non è facile farlo sempre bene, ma grazie a tutti quelli che lo fanno.»

Sulla qualità di chi sale sul palco e di chi insegna non ha dubbi.

«A livello di performer siamo molto forti. A livello di docenti, di accademie e di scuole siamo seri, ci impegniamo a esserlo.»

È bello sentirlo dire da chi dirige alcune delle produzioni più importanti in Italia. Il talento c’è, la formazione c’è, e il resto si costruisce studiando, un giorno alla volta.

Perché tutto questo, letto, resta una fotografia. Il momento in cui scopri se le tue possibilità espressive reggono in una stanza con un pianoforte e qualcuno che ti ascolta arriva solo in audizione. Le audizioni TMA sono lì per questo. E sono il primo passo.

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